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LO SCULTORE GIORGIO BUTINI A FIRENZE “LE FORME DELL’ANIMA“ |
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Venerdì 01 Luglio 2011 16:13 |
FURORI E SUGGESTIONI DELLA DANZA METAMORFICA
(dal nostro inviato, Monastero La Bettina, Campi Bisenzio FI)
Diceva Nietzsche: “Occorre avere un po’ di caos in sé per poter partorire una stella danzante”. Lo scultore Giorgio Butini non ha mai perso di vista il mestiere, né la figurazione. Dopo tante ideologie ed esausti delle parole, siamo pronti a cedere alla fascinazione dell’incanto, alla contemplazione del bello, come cercarlo. D’altra parte qualcuno aveva detto: <Si usa lo specchio per guardare il proprio viso; si usano le opere d’arte per guardare la propria anima>.
Quella di Giorgio Butini, una tra le maggiori espressioni della scultura italiana ed internazionale, per acclamazione, nella storia artistica degli ultimi decenni, e competitiva avanguardia del nuovo millennio, per eclettismo di scultura ed arte grafica, la presenza di un ‘irregolare’ a tutto tondo, tra conscio e inconscio, da ogni principio canonico dell’arte, sia pur nel suo percorso di realismo-espressionista, per il suo esplicito trattare la scultura come luogo di riscoperta e studio, in quanto Giorgio, come Michelangelo, Wildt e Martini, concepisce la scultura come scienza dei caratteri fisici, ma anche di quelli interiori. Un artista che ricusa ad ogni classificazione, sempre innovativo per cicli, e che esige ben altro che l’attenzione svagata e distratta della critica corrente. C’è nell’attuale, il ciclo delle opere metamorfiche, dedicato ad un percorso che indaga sul corpo femminile, ma in senso più ampio di tutto quello che il corpo esprime e rappresenta, sente e comunica. C’è di sè, quando offre una conferma diretta di questo suo modus operandi, come ispirato da un Vasari contemporaneo, nella presentazione del Catalogo “Metamorfosi” scrive che: “…Pensiamo di essere uomini liberi, di non avere alibi e di non portare maschere, senza rendersi conto che è proprio la nostra mente ad essere imprigionata in schemi preconfigurati, e pilotata su tracciati che altri hanno deciso per noi”. Certo che ogni statua di quell ciclo, nell’espressione del grido… di libertà dell’anima dalle maschere finzioni dell’apparenza, c’è con la professione di fede, il credo filosofico spirituale ed esistenziale di Giorgio. Che va letto su più livelli, come se ogni sua rappresentazione scultorea, dicesse: “Ma guardate, ma non vedete ciò che nascondo ?” In effetti come Michelangelo, in ogni continua trasformazione espressiva del corpo e del volto, sono presenti elementi simbolici che, nella storia del pensiero umanistico e della classicità, rivestono significati evidenti : la vita è dolore come aveva annunciato il principe Siddharta; come se l’artefice dell’opera amasse nascondersi o rivelarsi con anagrammi della metafora, su caratteri fisici di se stesso, del suo ininterrotto liberare emozioni e suggestioni del suo profondo intimo psicodramma, tributo alla sua grande sensibilità.
Giorgio scopre la nudità naturale nei suoi aspetti più imprevisti e sorprendenti, confrontata con quella simbolista dell’anima, portando con sé una metafisica dello sguardo capace di attraversare il manufatto artistico che sta per nascere. E in stato di transito, si riversa dall’altra parte, proveniente dal vuoto (inconscio) nella potenza del pieno, affermandosi come nuova energia temporale accesa nel tragitto vitale : a) di far credere di liberare l’opera dalla drusa materiale cogliendo, senza assilli formali le suggestioni che vengono trasmesse dalla materia stessa, come pensava Michelangelo. Un magma pulsionale inconscio che non arriva a sublimare l’opera come oggetto, ma ne richiama l’esistenza surreale e la corrispondenza con le sorgenti dell’iconografia naturale. E indicarci come simbolo-serbatorio di energia psichica, come volesse riammettere frammenti d’inconscio, a indicare stratificazioni culturali, profonde inespresse, per dirla con i concetti religiosi dello Zen buddista: l’adesione incondizionate alla naturale memoria archetipale, che tutto regola, e alla quale tutto ritorna, come riflessione soggettiva del proprio essere. b) Lo scultore fiorentino rifiuta ogni approccio da esibire come recupero culturale in ambito citazionista (trasanavanguardia di fine secolo), con precisi riferimenti alla scultura classica, cui la tensione verso la rappresentazione, all’apice del lavoro, poteva trasformarsi in una condizione allienante, nella narrazioni figurative. Già da tempo l’artista sentiva che era un fatto di superficie che lo portava alla maniera. Così Butini si è isolato e ha continuato a lavorare si, sulla figura, ma cercando di penetrare di più, dentro l’immagine, a ritrovare le vere ragioni formali del corpo, come centro dell’esperienza spirituale, come via della conoscenza, capace di estremizzare le sensazioni.
Dopo gli anni giovanili di risveglio formativo presso botteghe private di famosi artisti, e di studi approfonditi sull’anatomia del corpo umano, fino a frequentare corsi di Anatomia presso l’Università degli Studi di Firenze, uno che i Minguzzi-Greco e perfino Messina-Giacometti se li divorava in quel suo mantello pietroso di conglomerati esistenziali, quale tributo alla storia dell’arte, opere che l’hanno preceduto di realismo-sociale, di volta in volta da interessanti studi grafici preparatori, sorretto dal misticismo mentale di un Wildt, cicli della “classicità” che diventano emblemi di una corporeità esaltata dalla patologia del pathos drammatico che, in molti casi, estremizza le sensazioni. Di abbandono e crollo continuo ‘delle e nelle forme’, la stessa cronologia delle sue opere non configura sequenze e connessioni inamovibili, tanto in lui è connaturato il bisogno di ricondursi ai nuclei genetici dell’espressione, interrogandosi sui temi primari sostanziali della vita, mirando a dilatare e a essenzializzare, sta in tutta questa sua feroce drammatizzazione, interesse corpo a corpo, con la materia e le forme che riemergono in una trasfigurazione di forme e di sentire del mito, con una straordinaria carica espressiva ed emotiva trasudante dai plasticismi. Giorgio avverte con particolare urgenza di trovare volti, mani e braccia adeguati a risentire e a restituire le ragioni del corpo. A ritrovare il corpo come centro dell’esperienza esistenziale, come via della conoscenza e del manifestarsi delle qualità anche tattili della persona. L’enfasi che pone alla traduzione integrale, ovvero alla capacità di restituirci, nella pratica, una vicenda interiore e un processo formativo che si svolgono e si attuano nel contatto vivo della materia, gesto dopo gesto, segno dopo segno, restituiti a una cosmica libertà filtrata dal sogno, sia pur con le sue ragioni di pensiero-ideale. Alla proporzione delle forme stesse, e di cogliere il pensiero che può stare dietro a ogni apparente morfologia, quanto il suo esplicito trattare la scultura come luogo di riscoperta e di studio, di risonanza, di espressione del corpo umano, di forme, e di sentire del mito, del dualismo metamorfico soggettivo, cui luce e ombra si specchiano nel vuoto di una teatrale drammatizzazione, con l’esigenza di vedere rispecchiata la propria identità, e ritrovarvi la propria avventura di uomo e artista, dal senso della parola all’essere, all’esserci comunque come una direzione secondo una sua filosofia: un’intensa razionalità e finalità dell’essere nell’esserci. Quel furore passionale scaricato sulla pietra, con moti veementi che restano impressi sul piano, in tutta la loro più veridica identità, come nel Cristo di “Morte e Resurrezione” del 1996. In questo bronzo, con la pietà caricaturale del Cristo crocifisso, Butini ci riconduce al dramma dell’uomo, cui il turbamento del continuo scandaglio del cuore e dell’anima, risorgono e ci interrogano. Non è retorica la sua teatralizzazione distorta e muta. Anzi. E’ una cantica, un mentale per indole. Giorgio opera nello Spirito della Materia, riportando in luce l’èlan vital, in tragitto della memoria archetipale, operando una metafisica dello sguardo, un percorso a tappe verso le scelte dell’elemento archetipo : la scelta del materiale. Il corpo, nella statua, viene prima dello spirito, e quest’ultimo non può esistere indipendentemente dal corpo, quindi la materia, la pietra da usare, assicura una sottintesa esistenza allo spirito : le ardesie, i blocchi di marmo, il bronzo, le pietre materiali utilizzati e lavorati dall’artefice, sono quindi materiali ad espansione energetica, capaci di trasfigurare lo sguardo in stato di transito lavorativo, di attraversare il manufatto artistico: colui che sta per nascere, proveniente dal grembo immenso…del vuoto, esisterà nella potenza del pieno, affermandosi come liberazione dai vincoli del ricordo, essenzialità di morfologie mosse o tempestose, accese nel tragitto della vita. Tutto può spiegarsi come comportamento trasgressivo, come sofferenza radicale negli stilemi del rilievo plastico, quale rifiuto di canoni, per l’allievo prodigio di Antonio Berti. Con l’esigenza di vedere riflessa e di ritrovarvi la propria avventura d’uomo-artista, come lo furono gli antichi bassorilievi della classicità, le apparizioni oniriche a sbalzo sulla ganga marmorea, cui ogni operazione è compiuta in prima persona, con energia, tensione, passionalià scaricati sui materiali più vari, abbracciando con sorprendente versatilità ogni tipo di tecnica e di applicazione, con moti veementi che restano sui piani in tutta la loro veridica identità. Come in “Cristo delle mimose, 1999”, “Metamorfosi, 1977”, “Libero, 1997”, “Il Grido, 2001-2004, marmo di Carrara”. Altrettanto, va segnalato l’intento dell’inesaustivo fondatore dello “Studio 7”, di dare alle opere, quella giusta luce che ne esalti i gesti e le rifiniture; quella luce che scava e mette in evidenza gli anfratti più intimi della materia, quasi un rapporto d’innamoramento per la <fotografia dell’anima> che gli ha permesso la nascita di immagini, in cui, il linguaggio estetico si snoda con grande nitore, limpidità.
Lo scultore fiorentino conosce bene queste cose, e sa che provocano quello stato di continua e sofferta ricerca, cui la tensione verso la rappresentazione, può trasformarsi anche in continua alienante mutazione (“Frustazione,2005, marmo di Carrara”), metamorfosi e dinamismi psicofisici della visione interiore, narrazione figurale, con precisi riferimenti alla scultura classica, composta da simbologie mitiche, filtrata dalla memoria storica nela poliedrica varietà degli stati d’animo dell’artista, nei conseguenti linguaggi di raffigurazione. L’apice di un lavoro? L’utilizzo dell’ardesia, una svolta relativistica mirabilissima, per non imboccare strade che lo porterebbero alla maniera. Già con il capolavoro “India, 2008”, Butini sente che era un fatto di superficie, un po’ epidermico, così con la stessa sensazione, si è ‘isolato’ e ha continuato a lavorare sulla figura, cercando di penetrare più dentro l’immagine. La figura, per l’artista, è la protagonista, l’unica così importante dell’azione, del simbolo, di un comportamento: Un coacervo di culture e di suggestioni. La critica concorda nel sostenere che il suo prestigio internazionale, discende dalla genuina creatività, con cui vivifica le trame del ‘suo’ linguaggio, da dove si sviluppa la natura del conoscere e del sentire (dentro). Un iniziato iperanatomico contatto con modelli esemplari di archetipi di storia della vita, riportati dall’inconscio, da cui palesa nuove rappresentazioni inedite. Per vederne gli esiti di un secolo, si attesta ne sfiora i grandi Lumi del Novecento, Manzù, Greco, Moore, la Pietà tema metafisico, l’ambiguità carnale spirituale di Wildt, Medardo Rosso, in quanto Butini concepisce la scultura come scienza dai caratteri fisici ma anche di quelli interiori; c’è un particolare che offre una conferma diretta di questo suo modus operandi, quando nella sua presentazione-espressione del Catalogo “Metamorfosi” conclude : “… Pensiamo di essere uomini liberi, di non avere alibi e di non portare maschere … senza renderci conto che è la nostra mente pilotata su tracciati che altri hanno deciso per noi. Schemi di vita che uccidono il pensiero meditativo (libero), i legami profondi, la creatività, l’altruismo”. Certo che ogni statua, ogni composizione figurale del ciclo, rappresenta qualcosa di molto più profondo della carica espressiva, e va letto su più livelli di percezione, come se ogni rappresentazione facesse eco alle parole di Michelangelo. In effetti come per il Genio, sono presenti effetti simbolici e simbolisti che, nella storia del pensiero umanistico rivestono significati evidenti, come se Giorgio amasse fare anagrammi e metafore su caratteri fisici di se stesso, nel suo inesaustivo liberare emozioni generate dal suo profondo psicodramma personale, riversate, in piena libertà interiore sul modus operandi. ( www.giorgiobutini.it )
Intervento critico ALFREDO PASOLINO Direttivo e direttore artistico I.E.C.A.P. (Istituto Europeo Politiche Culturali e Ambientali-Roma) * (giugno 2011)
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Ultimo aggiornamento Venerdì 01 Luglio 2011 16:22 |
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